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22 maggio 2026

Il “Mistero dell’iniquità” nella Chiesa: l’Anticristo tra escatologia ed ecclesiologia † The “Mystery of Iniquity” in the Church: The Antichrist between Eschatology and Ecclesiology


 
“Dichiarano di conoscere Dio,
 ma lo rinnegano con i fatti” 
(Tt 1, 16. Bibbia CEI 2008).


Premessa

Nel Libro XX del De civitate Dei, s. Agostino (354-430) ci presenta una lettura del mysterium iniquitatis (cfr. 2 Ts 2, 7) che si distingue nettamente dalle interpretazioni puramente politiche o apocalittico-militari diffuse nel cristianesimo antico: in essa, infatti, l'Anticristo non appare anzitutto come un persecutore esterno della Chiesa, bensì come una realtà interna, una corruzione spirituale che si sviluppa nel cuore stesso della comunità ecclesiale.


Il corpo dellAnticristo

La riflessione agostiniana prende le mosse dall'esegesi di 2 Ts 2, 1-12, in cui l'autore della lettera descrive 3[...] l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione4lavversario, colui che sinnalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio (2 Ts 2, 3-4. Bibbia CEI 2008)Agostino menziona una linea interpretativa che comprende l'Anticristo non come individuo isolato, ma come universum quodam modo corpus eius (Aurelius Augustinus, De civitate Dei, Liber XX, 19, 2: PL 41, 685)ossia come l'intero, in un certo senso, suo [dell'Anticristo] corpo, vale a dire una moltitudine di uomini che, pur appartenendo visibilmente alla Chiesa, ne tradiscono interiormente la verità spirituale, perché in modo occulto appartengono all'Anticristo; tale orientamento esegetico ritiene inoltre che “non in templo Dei, sed in templum Dei sedeat, tamquam ipse sit templum Dei, quod est Ecclesia (Aurelius Augustinus, op. cit., Liber XX, 19, 2: PL 41, 685-686), cioè, letteralmente, che “[l'Anticristo] non nel tempio di Dio, ma in qualità di tempio di Dio segga, come se egli stesso fosse il tempio di Dio, che è la Chiesa” (trad. mia).

Quindi la minaccia escatologica non viene da fuori della Chiesa, ma nasce nella sua stessa struttura visibile, attraverso la pretesa di una falsa appartenenza. L'Anticristo assume così i tratti di una “contro-chiesa”, un'apparenza ecclesiale priva però della carità e della verità, che costituiscono l'autentico corpo di Cristo.


Il “mistero delliniquità” e l’ipocrisia religiosa

L'elemento centrale di tale interpretazione è il concetto deuteropaolino di mysterium iniquitatis già in atto (2 Ts 2, 7), che ― riferisce Agostino ― alcuni esegeti del suo tempo comprendevano come azione nascosta dell'iniquità sotto le sembianze della vera religione: Alii [...] non putant dictum nisi de malis et fictis, qui sunt in Ecclesia, donec perveniant ad tantum numerum, qui Antichristo magnum populum faciat; et hoc esse mysterium iniquitatis, quia videtur occultum (Aurelius Augustinus, op. cit., Liber XX, 19, 3: PL 41, 686), che significa: “Altri [...] non lo considerano detto se non dei malvagi e dei falsi, che sono nella Chiesa, finché raggiungano un numero tale da costituire un grande popolo per l'Anticristo; e [pensano] che questo sia il mistero dell'iniquità, perché sembra occulto” (trad. mia). Il male escatologico non si manifesta immediatamente come opposizione aperta a Dio; esso agisce piuttosto mediante l'ipocrisia religiosa, la simulazione della santità e l'usurpazione dei segni sacri.

In questa prospettiva, il problema fondamentale non è l'eresia manifesta, ma la corruzione interiore di coloro che mantengono esteriormente il linguaggio, i riti e le strutture ecclesiastiche. Molti, pur portando il nome di Cristo, perseguono in realtà il proprio orgoglio (superbia) e la propria cupidigia (cupiditas). La “falsa chiesa” descritta implicitamente da Agostino non combatte apertamente il cristianesimo; essa opera invece “in nome di Dio”, deformando dall'interno la fede autentica.

 

Duccio di Buoninsegna, Cristo accusato dai farisei
Duccio di Buoninsegna, Cristo accusato dai farisei.

Per il vescovo di Ippona tutta la storia umana è attraversata dal conflitto tra due amori fondamentali:

Fecerunt itaque civitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui” (Aurelius Augustinus, op. cit., Liber XIV, 28: PL 41, 436),

ovvero:

“Due amori hanno dunque generato due città: l'amore di sé fino al disprezzo per Dio la città terrena, l'amore di Dio fino al disprezzo per sé la città celeste” (trad. mia).

L'Anticristo rappresenta il culmine storico dell'amor sui disordinato, cioè dell'orgoglio umano elevato a principio religioso e istituzionale.


La Chiesa come “corpus permixtum

Uno degli aspetti più intriganti della riflessione agostiniana consiste nella concezione della Chiesa terrena come corpus permixtum, un corpo misto in cui giusti ed empi convivono sino al giudizio finale. Rammentando 1 Gv 2, 19 (19Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; [...] sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri”. Bibbia CEI 2008), Agostino si rende conto che gli appartenenti al corpo dell'Anticristo possono trovarsi visibilmente all'interno della comunità ecclesiale, da cui alla fine usciranno perché non appartengono a Cristo: allora l'Anticristo sarà rivelato (cfr. Aurelius Augustinus, op. cit., Liber XX, 19, 3).

La distinzione tra veri e falsi credenti rimane nascosta nella storia. I “lupi” restano mescolati alle “pecore” (quam multae oves foris, quam multi lupi intus; et quam multae oves intus, et quam multi lupi foris!”, ossia quante pecore fuori e quanti lupi dentro; e quante pecore dentro, e quanti lupi fuori!, esclama Agostino: v. In Evangelium Ioannis, Tractatus XLV, 12: PL 35, 1725), e proprio questa ambiguità costituisce il carattere drammatico della condizione ecclesiale presente. L'inganno escatologico si fonda sulla seduzione spirituale: i fedeli possono essere attratti da figure apparentemente sante che, interiormente, appartengono invece alla città terrena.

Questa visione impedisce ogni identificazione semplicistica tra istituzione visibile e santità dei suoi membri. La Chiesa storica rimane segnata da una tensione permanente tra grazia e peccato, tra santità sacramentale e fragilità umana. L'Anticristo non coincide semplicemente con un persecutore politico, ma con la possibilità che la superbia domini perfino le strutture ecclesiali.


La rivelazione finale dell’iniquità

La compresenza di bene e male nella Chiesa non è però definitiva. Secondo Agostino, la storia tende verso una separazione escatologica finale nella quale il “mistero” sarà pienamente svelato. Ciò che nella storia rimane occulto  l'iniquità mascherata dalla religione  verrà manifestato nel giudizio di Dio.

La Chiesa presente appare dunque come un corpo ancora unitario ma ferito, nel quale la città terrena può insinuarsi fino al cuore del santuario. Solo alla fine dei tempi avverrà la distinzione definitiva tra la città di Dio e la città terrena.

In tale quadro, la figura dell'Anticristo assume una funzione eminentemente teologica: essa rivela il rischio permanente della religione quando viene dominata dall'orgoglio umano. L'Anticristo è il vertice della superbia, l'autodeificazione dell'uomo che pretende di occupare il posto di Dio, pur continuando a parlare il linguaggio della fede.


Conclusione

L'interpretazione dell'Anticristo, che vi ho accennato in questo Post, mantiene una straordinaria attualità teologica. Essa sposta il centro della riflessione escatologica dal timore di nemici esterni alla necessità del discernimento spirituale interno alla Chiesa. Il vero pericolo non è soltanto la persecuzione manifesta, ma la falsificazione della fede mediante strutture religiose svuotate della carità evangelica.

Pertanto la lotta escatologica non si svolge semplicemente tra Chiesa e mondo, bensì attraversa il cuore stesso della comunità credente. La “falsa chiesa” nasce quando l'orgoglio umano assume il controllo delle realtà ecclesiali, trasformando il servizio in dominio e la fede in strumento di potere. Per Agostino, solo il giudizio finale di Dio potrà separare definitivamente la verità dalla sua contraffazione storica.

 

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16 febbraio 2026

Una teologia dell’interiorità: ascoltare la voce di Dio nel cuore dell’uomo † A Theology of Interiority: The Human Heart Listening to God's Voice

 

  
Ma egli [Gesù] si ritirava 
in luoghi deserti a pregare 
(Lc 5, 16. Bibbia CEI 2008). 





Premessa

Nelle silenziose profondità dell'essere umano, là dove le parole cessano e le maschere cadono, la tradizione biblica colloca il luogo privilegiato dell'incontro con Dio. Non si tratta primariamente di un fenomeno esteriore, né di un'esperienza riservata a pochi eletti, ma di una realtà inscritta nella struttura stessa dell'umano: una chiamata, una voce, una luce, che abitano già, silenziosamente, il nostro cuore, ἔνθα τὰ ἁπλᾶ καὶ ἀπόλυτα καὶ ἄτρεπτα τῆς θεολογίας μυστήρια κατὰ τὸν ὑπέρφωτον ἐγκεκάλυπται τῆς κρυφιομύστου σιγῆς γνόφον” (Pseudo-Dionigi l'Areopagita, De mystica theologia, I, 1: PG 3, 997A-B), ossia “dove i misteri semplici e assoluti e immutabili della teologia sono nascosti nell'oscurità luminosissima del silenzio segretamente iniziatico” (trad. letterale mia).


Il cuore come santuario teologico

Nella Scrittura il termine “cuore” (לֵב o לֵבָב” in ebraico, καρδία” in greco) non indica soltanto la sfera affettiva, ma il centro integrale della persona, il luogo delle decisioni, dell'intelligenza e della volontà, dove Dio ci parla.

Il profeta Geremia annuncia una nuova alleanza: “33Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore (Ger 31, 33. Bibbia CEI 2008, di cui mi avvarrò anche per le successive citazioni bibliche; cfr. Dt 30, 14; Sal 40, 8-9; Eb 8, 10). L'interiorizzazione della Torah non è mera metafora, ma realtà ontologica: la rivelazione si radica nella coscienza.

In 1 Re 19, 11-12, Elia non incontra Dio nel vento impetuoso, nel terremoto o nel fuoco, ma in una ק֖וֹל דְּמָמָ֥ה דַקָּֽה, espressione ebraica che la Bibbia CEI 2008 traduce con sussurro di una brezza leggera”, ma che letteralmente significa “voce di un silenzio sottile”: la Presenza divina si manifesta come interiorità silenziosa.

Il Nuovo Testamento radicalizza questa prospettiva. In Lc 17, 21, Gesù afferma: “21[...] il regno di Dio è in mezzo a voi [corsivo mio]”ἐντὸς ὑμῶν”, sintagma greco che molti esegeti comprendono come “dentro di voi”. La signoria di Dio germoglia interiormente, non si impone solo dall'esterno (cfr. Vangelo copto di Tommaso 3).


Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare

Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare.


La luce che illumina ogni uomo

Il Prologo del vangelo secondo Giovanni offre una chiave di lettura davvero illuminante: “9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9).

L'universalità dell'illuminazione è affermazione teologica di grande portata. Non vi è essere umano privo di una qualche partecipazione alla luce del Logos. Tale luce non elimina la libertà né annulla la possibilità del rifiuto, ma fonda la dignità e la responsabilità di ogni coscienza.

Paolo di Tarso, in Rm 2, 15, parla di una legge scritta nei cuori, testimoniata dalla coscienza (in greco συνείδησις”, lessema che presenta una struttura etimologica analoga a quella del termine latino conscientia), coscienza che non è mera costruzione culturale, ma spazio teofanico, in cui l'uomo si scopre chiamato al benev. il Post La legge naturale.


Silenzio, discernimento e comunità

L'ascolto della voce di Dio richiede una disciplina del silenzio. Il Salmo 46, al v. 11 (nella Bibbia CEI 2008), invita a fermarsi, a far tacere il rumore delle armi e l'agitazione dei cuori (il salmista usa la forma verbale הַרְפּ֣וּ): “11Fermatevi e sappiate che io sono Dio.

Il silenzio non è vuoto psicologico ma atto teologale, sospensione dell'ego, che permettere alla Parola vivente di emergereIn 1 Sam 3, 9, il giovane Samuele apprende l'atteggiamento fondamentale dell'ascolto: “9Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta.

Questa disponibilità non è passività, ma apertura vigilante. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che l'interiorità necessita di discernimento. La voce divina si distingue dalle proiezioni soggettive attraverso criteri evangelici: soprattutto quello della coerenza con l'amore, con la giustizia, con la pace (cfr. Gal 5, 22).

L'ascolto autentico non conduce all'individualismo spirituale. In Mt 18, 20, Gesù promette la sua presenza dove sono due o tre riuniti nel mio nome”. L'interiorità si apre alla dimensione comunitaria: la luce ricevuta nel cuore è confermata e purificata nella comunione.


Cristologia dell’interiorità

Ogni teologia dell'ascolto trova il suo centro in Cristo. In Eb 3, 15, risuona l'esortazione: “15Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori.

Secondo il Nuovo Testamento, la voce di Dio, ultimamenteha parlato in modo definitivo nella persona del Figlio (cfr. Eb 1, 1-2); tuttavia, lo Spirito continua a rendere presente questa Parola nell'intimo del credente (cfr. 1 Gv 2, 27). In Gal 4, 6 si legge: “6Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!»” (cfr. Gal 1, 15-16).

Il grido dello Spirito nel cuore umano fonda l'esperienza imprescindibile dell'ascolto, che non deve essere vissuta come semplice percezione cognitiva, ma come partecipazione filiale alla vita divina.


Jean-François Millet, L'Angelus
Jean-François Millet, L'Angelus.

Implicazioni antropologiche ed etiche

Se la voce di Dio è presente nel cuore di ogni uomo, allora ogni persona è portatrice di una dignità inviolabile. L'interiorità diventa fondamento di una teologia della pace e della responsabilità sociale. L'ascolto autentico conduce necessariamente alla giustizia, perché la voce divina non può contraddire il comandamento dell'amore (cfr. Mt 22, 37-40).

L'esperienza interiore non si oppone alla Scrittura né alla ragione; piuttosto, le assume e le illumina. La Parola esterna e la luce interna non sono realtà concorrenti, ma convergenti: la Scrittura educa l'orecchio del cuore, mentre la voce interiore rende viva la lettera.


Conclusione: una spiritualità dell’ascolto

Ascoltare la voce di Dio significa entrare in una dinamica di silenzio, luce e obbedienza amorosa; significa riconoscere che l'iniziativa appartiene sempre a Dio, il quale precede ogni ricerca umana con la sua intima presenza.

Nel cuore dell'uomo  anche quando distratto, ferito o incredulo ― permane una scintilla di luce: accoglierla significa lasciarsi trasformare (cfr. Sal 51, 8; Ger 29, 13-14a; Gc 1, 5). Come recitano Pr 20, 27: “27Lampada del Signore è lo spirito dell’uomo: essa scruta dentro, fin nell’intimo” (cfr. Sal 119, 105); Lc 11, 35: “35Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra” e ancora 2 Cor 4, 6: 6Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.

Noli foras ire, in teipsum redi; in interiore homine habitat veritas” (Aurelius Augustinus, De vera religione, 39, 72: PL 34, 154), che significa: “Non andare fuori [da te], rientra in te stesso; la verità abita nell'uomo interiore”. 

Là dove l'uomo si raccoglie, ascolta e risponde, la storia personale diventa luogo di rivelazione. Nel silenzio abitato dalla Presenza divina, la voce eterna continua a parlare.

 

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05 febbraio 2026

Gesù camminò veramente sulle acque? † Did Jesus really walk on water?




La bugia è l’optional del mistero 
(Alda Merini, Aforismi e magie
Prima edizione digitale 2013 
da ottava edizione febbraio 2009, 
Bur Rizzoli, Milano 2013).


Julius Sergius von Klever, Cristo che cammina sulle acque
Julius Sergius von Klever, Cristo che cammina sulle acque.

I racconti evangelici che narrano il prodigioso cammino di Gesù sulle acque (Mt 14, 22-33; Mc 6, 45-52; Gv 6, 16-21) occupano una posizione del tutto peculiare all'interno della tradizione neotestamentaria dei miracoli. La loro singolarità non risiede esclusivamente nel carattere sensazionale dell'azione narrata, bensì, in misura ancor maggiore, nell'elevata densità simbolica e cristologica che li contraddistingue e li rende particolarmente interessanti per l'esegesi storico-critica.

Sotto il profilo storico, l'episodio presenta una difficoltà di ordine preliminare: la totale assenza di qualsivoglia mediazione naturale o processuale. Il miracolo si realizza infatti per immediata volontà di Gesù, senza l'impiego di strumenti, formule o gesti che possano essere ricondotti a pratiche taumaturgiche note. A differenza dei racconti di guarigione o di esorcismo  per i quali è possibile individuare paralleli significativi nel giudaismo del I secolo d.C. e che risultano quindi più contestualizzabili nel quadro socio-culturale dell'epoca il camminare sulle acque si configura come una sospensione radicale delle leggi fisiche fondamentali, priva di qualsiasi tentativo narrativo di spiegazione o razionalizzazione. Tale carattere colloca il miracolo nell'ambito dei prodigi assoluti, una categoria nei confronti della quale l'indagine storica moderna e contemporanea adotta, comprensibilmente, un atteggiamento di particolare cautela metodologica.

Un ulteriore elemento degno di nota è rappresentato dal linguaggio fortemente allusivo alla tradizione veterotestamentaria. Nelle Scritture ebraiche, il dominio sulle acque caotiche è prerogativa esclusiva di Yahweh: 8Lui solo […] cammina sulle onde del mare (Gb 9, 8. Bibbia CEI 2008); 20Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque (Sal 77, 20. Bibbia CEI 2008; cfr. anche Ne 9, 11; Is 43, 16; 51, 10 e Sap 14, 3, che appartiene alla tradizione greca della Septuaginta). L'eco di tali testi suggerisce che l'intenzione primaria dei suddetti racconti evangelici non sia la mera trasmissione di un dato fattuale, ma l'affermazione dell'identità di Gesù mediante categorie proprie della teofania biblica. In questa direzione si colloca l'autopresentazione di Gesù in Mc 6, 50: 50Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mc 6, 50. Bibbia CEI 2008; cfr. Mt 14, 27 e Gv 6, 20), dove l'espressione greca ἐγώ εἰμι” (sono iorichiama il Nome divino rivelato in Es 3, 14 (cfr. Is 42, 8), rafforzando la funzione rivelativa, in senso cristologico, di tali narrazioni, resa palese da Matteo nell'ultimo versetto (chiaramente redazionale) della pericope dedicata a questo miracolo: 33Quelli che erano sulla barca si prostarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei il Figlio di Dio» (Mt 14, 33. Bibbia CEI 2008). All'interno di questa cornice rivelativa, l'esortazione Non abbiate paura!” (Mt 14, 27; Mc 6, 50; Gv 6, 20), posta sulle labbra di Gesù, assume un evidente valore cristologico, perché lo inserisce scientemente in un orizzonte tipologico che richiama le teofanie veterotestamentarie. Nell'Antico Testamento, infatti, tale imperativo è pronunciato frequentemente da Yahweh e dai suoi messaggeri come parola di rassicurazione rivolta al suo popolo (v., tra i numerosi esempi possibili, Is 41, 10) o a singole figure chiamate a svolgere una missione decisiva nella storia della salvezza (v., ad esempio, Gdc 6, 23): il suo ricorrere in situazioni di paura e di crisi, o all'inizio di incarichi particolarmente impegnativi, fonda la fiducia del destinatario sulla presenza efficace di Dio e, nei racconti evangelici, contribuisce a identificare Gesù come soggetto agente e mediatore personale di tale presenza.

Sul piano narrativo, il racconto manifesta inoltre una struttura marcatamente didattico-catechetica, difficilmente conciliabile con una cronaca spontanea di eventi realmente accaduti. In particolare, la tradizione matteana introduce l'episodio di Pietro, che si mette a camminare sulle acque e poi, impauritosi, comincia ad affondare, allorquando la sua fede è indebolita dal dubbio (Mt 14, 28-31), chiaramente funzionale a una catechesi, in forma narrativa, sulla fede e sul dubbio. La sequenza ordinata degli elementi narrativi  paura dei discepoli, rivelazione di Gesù, risposta di fede (in Matteo prima implicita e poi esplicita) e ristabilimento della quiete  non si delinea come resoconto storico, ma come espressione di verità teologiche e di insegnamenti parenetici, intesi a promuovere una fede in Gesù solida e stabile, che perseveri di fronte al mistero e all'incertezza, pur nella sua vulnerabilità (cfr. Mt 8, 23-27; Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25, ove si racconta della tempesta sedata), sostenuta e soccorsa dal gesto salvifico di Gesù (v. Mt 14, 30-31), di cui persino la natura sembra riconoscere la signoria (v. Mt 14, 32; Mc 6, 51; Gv 6, 21).

Dal punto di vista della trasmissione, va infine rilevato che l'evento coinvolge un numero ristretto di testimoni diretti, tutti interni al gruppo dei discepoli, e si colloca in un contesto notturno e isolato. L'assenza di attestazioni esterne, nonché di reazioni polemiche da parte degli avversari di Gesù, contribuisce ad accrescere le riserve circa la sua storicità.

In conclusione, ciò che rende inverosimili i racconti di Gesù che cammina sulle acque non è semplicemente l'eccezionalità del prodigio, ma la convergenza di molteplici fattori: soprattutto l'uso di un linguaggio mitico-simbolico, il profondo radicamento nella tradizione scritturistica d'Israele, la chiara funzione cristologica del racconto e la sua evidente finalità catechetica. Dunque questi testi risultano pienamente intelligibili come espressione della fede di alcune comunità cristiane primitive, più che come resoconti storici di un evento realmente accaduto.


Nota conclusiva

Le Scritture si compongono di enunciati umani, prodotti in contesti storici e linguistici specifici: per questa ragione, l'espressione Parola di Dio”, riferita ad esse, va intesa in senso analogico e mediato. È necessario distinguere tra linguaggio scritturistico e autocomunicazione divina, evitando identificazioni ontologiche dirette. In tal senso, è ragionevole ritenere che le Scritture possano testimoniare solo indirettamente la Parola di Dio  preservando così sia la storicità e la dimensione umana del testo scritto sia l'integrità trascendente della rivelazione divina ― e tentare di scorgere, per quanto possibile, la relazione tra l'evento rivelativo (l'atto attraverso cui Dio si comunica) e la sua mediazione testuale.

 

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