“[...] dove abbondò il peccato,
sovrabbondò la grazia”
(Rm 5, 20. Bibbia CEI 2008).
“Di
solito, Dio accompagna le Sue rivelazioni con una conoscenza intima e minuziosa
di quel ch’esse significano. Ma di ciò non oso parlare, perché ho paura che ci
sia, cosa che mi pare molto facile, inganno della mia immaginazione. Giacinta
sembrava aver questa conoscenza in un grado molto elevato” (Suor Maria
Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, OCD, Memorie di suor
Lucia, Vol. 1, compilazione di p. Luigi Kondor, SVD, VIII edizione, Secretariado dos Pastorinhos, Fatima 2005, p. 128).
 |
| José Ferreira Thedim, Prima statua di Nostra Signora di Fatima. |
Il messaggio
di Fatima, a causa della sua notevole rilevanza ecclesiale e del suo
importante influsso sulla coscienza dei credenti, non può essere
circoscritto a una
dimensione puramente privata della fede né ridotto al novero delle
ordinarie manifestazioni di pietà popolare che costellano la tradizione cattolica. Esso tocca direttamente cruciali
questioni teologiche, soprattutto di natura escatologica e pastorale,
che
interpellano tanto il magistero della Chiesa quanto il sensus fidei di
ogni fedele cattolico e richiedono un discernimento attento e rigoroso.
Pur conoscendo, per
esperienze personali (ad esempio, nella provincia di Trento, dove sono vigliaccamente perseguitato e brutalizzato, è capitato anche a me e ad
alcuni miei parenti, tra cui i miei genitori, di essere sostituiti, contro la nostra volontà, da
persone somiglianti), la considerevole capacità d'inganno degli esseri umani, ritengo che non sia
ancora sufficientemente provata la suggestiva ipotesi secondo cui
la vera suor Lucia dos Santos sarebbe stata sostituita stabilmente, per
un lungo periodo, da un'impostora che fingeva di essere lei, quantunque
sia possibile ― considerati alcuni comportamenti e dichiarazioni anomali attribuiti a questa veggente ― che, in alcune circostanze, sia stata realmente sostituita da un'altra persona.
Le
narrazioni legate agli eventi di Fatima, in particolare quelle affidate alla
memoria della suddetta suor Lucia (v. Suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore
Immacolato di Maria, op. cit., passim: si tratta per lo più dell'elaborazione memoriale di vissuti infantili, significativamente influenzata dalle
esperienze spirituali maturate da Lucia durante la permanenza in
convento), riflettono un ambiente spirituale
segnato da una religiosità intensamente emotiva, talvolta esasperata
fino all'eccesso, nutrita da un indottrinamento sistematico, da suggestioni di
massa, da pratiche ascetiche sproporzionate ed estreme
(come genuflessioni molto prolungate, estenuanti digiuni, fustigazioni con le ortiche, pezzi di corda usati come cilici e altre crudeli automortificazioni), da una concezione fortemente ansiogena del peccato e dalla paura del comunismo ateo e materialista. Tale contesto favorì l'emergere di contenuti visivi e dottrinali che palesano più una costruzione antropologica e culturale che una genuina
rivelazione di origine divina, di cui i messaggi della Madonna non
possono essere nient'altro che il tramite soprannaturale.
È
importante rilevare come l'immaginazione dei fanciulli veggenti (che si
influenzavano reciprocamente) sia stata profondamente condizionata da elementi
iconografici e catechetici tipici della devozione popolare (si
pensi, ad
esempio, alle rappresentazioni, allora in auge, dell'Inferno, degli angeli, della
Madonna e dei Sacri Cuori, alla consuetudine dei rosari e degli scapolari, alla venerazione per il Santo Padre ― che sarebbe apparso in visione prima alla sola Giacinta e poi a tutti e tre i veggenti ― e ai proponimenti di espiare i
peccati altrui, sacrificandosi per la conversione e la salvezza dei
peccatori), nonché dalla difficile situazione
ecclesiale in Portogallo, letta, in chiave demonologica, come conseguenza dell'assalto di Satana alla Chiesa. È teologicamente lecito domandarsi se le
visioni escatologiche dei veggenti di Fatima, cariche di immagini dell'Inferno
e di tormenti eterni, non siano state generate ― almeno in parte ― da un processo
di interiorizzazione di siffatte suggestioni esterne.
Il
giudizio teologico su tali dinamiche non può prescindere da una loro attenta valutazione
alla luce della Rivelazione pubblica. Il Concilio Vaticano II afferma con
chiarezza che la Rivelazione divina si è compiuta definitivamente
in Cristo: “L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e
definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione
pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo” (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, n. 4). Il ruolo di ogni rivelazione privata,
anche quando riconosciuta come degna di fede, “non è quello di «migliorare»
o «completare» la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più
pienamente in una determinata epoca storica” (Catechismo della
Chiesa Cattolica, n. 67), quindi di condurre alla Rivelazione di Cristo, senza sostituirsi al vangelo (cfr. Gal 1, 8-9).
La
centralità della misericordia di Dio, così luminosa nella Scrittura,
appare invece offuscata in alcune espressioni del messaggio di Fatima, in cui
si fa riferimento a un Dio che infligge pene terribili (cfr. Rm 8, 1-2. 33-34) per peccati
non menzionati espressamente dalla Sacra Scrittura (ad esempio, per quelli
contro il Cuore Immacolato di Maria) e che addirittura subordina la salvezza di
anime al numero e all'intensità dei sacrifici offerti da tre fanciulli. A tal
proposito, non si possono minimizzare alcune parole fondanti della Rivelazione
biblica: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9, 13; 12, 7. Bibbia CEI
2008, di cui mi avvarrò anche per le successive citazioni bibliche; cfr. Os 6, 6; Col 2, 20-23; 1 Tm 4, 7b-8); e ancora: “9Il Signore [...] non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di
pentirsi” (2 Pt 3, 9; cfr. 1 Tm 2, 4). L'idea di una salvezza condizionata alla
sofferenza volontaria dei piccoli appare teologicamente inadeguata, laddove
il Nuovo Testamento ci rivela che “5[…] uno solo [è] il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, 6che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2, 5-6; cfr. At 4, 12; Rm 5, 18-19; Eb 9, 15) e che: “11È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti
gli uomini” (Tt 2, 11; v. anche 1 Tm 2, 4; 4, 10; Tt 3, 4-7). “8Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; 9né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene” (Ef
2, 8-9; v. anche Rm 3, 23-24. 28; 4, 5; Gal 2, 16. 21; cfr. tuttavia
attentamente Gb 34, 11; Sal 28, 4; 31, 24; 37, 1 ss.; 62, 13; Mt 5,
17-19; 7, 21; 16, 27; Gv 5, 28-29; Rm 2, 6. 13. 25-29; 3, 31; 6, 1-2. 15;
7, 7; 13, 8-10; 1 Cor 7, 19; 2 Tm 4, 14; Gc 2, 14-26; Ap 2, 23): “16Quindi non dipende dalla
volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che ha misericordia” (Rm 9, 16; v. l'intero capitolo 9 di questa Lettera ai Romani e cfr. Es 33, 19; Sal 147, 10 ss.; Rm 8, 33). Secondo
la testimonianza del Nuovo Testamento, la salvezza si configura come
un dono totalmente gratuito della grazia (in greco “χάρις”, lessema impiegato frequentemente nel NT per
indicare benevolenza e favore verso qualcuno) divina, reso efficace nella vita dell'uomo
mediante la fede (cfr. Mc 16, 16; Gv 3, 16; 5, 24; Rm 3, 22; 4, 4-5; 5, 1-2; 10, 9; Gal 2, 20; Eb 11, 1-2. 6 e la citazione di Gen 15, 6 in Rm 4, 3; Gal 3, 6; Gc 2, 23) nel Figlio di Dio. Quindi
la salvezza non è il risultato di semplici meriti umani né il frutto
delle opere compiute (cfr. Rm 11, 6), perché l'essere umano, in quanto
creatura segnata dal peccato, non può
conseguire la giustificazione dinanzi a Dio (e quindi entrare nella giusta relazione con Lui) per mezzo delle sole opere compiute con le proprie forze naturali: tutti, infatti, ad eccezione di
Gesù
Cristo (v. 2 Cor 5, 21; Eb 4, 15; 1 Pt 2, 22; 1 Gv 3, 5), hanno
trasgredito la Legge divina e, trovandosi sotto il dominio universale
del peccato (cfr. Gen 3, 17-19; Sal 12, 2; 14, 1-3; 51, 7; Is 64, 5; Rm 3, 9-20; 5, 12. 18-19; 7, 23; 11, 32; 1 Cor 15, 21-22; Gal 3, 22; Ef 2, 1-3), necessitano, per la salvezza, della redenzione operata da Dio attraverso suo Figlio Cristo Gesù (v. Gv 1, 29; Rm 3, 19. 23-24; 6, 23; Gal 3, 22-28; Eb 4, 15; Gc 1, 21; 2, 10; 1 Gv 2, 2; 3, 5): “20Infatti in base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti
a Dio, perché per mezzo della Legge si ha conoscenza del peccato” (Rm 3, 20; cfr. Sal 143, 2; Mt 11, 13; Lc 16, 16; Rm 7, 7; Gal 2, 16. 21; 3, 22-27). Nella prospettiva paolina,
la giustificazione non deriva dall'adempimento delle opere prescritte
dalla Legge mosaica, ma dalla grazia che opera mediante la fede in Gesù Cristo, attraverso il quale l'uomo è reso partecipe della giustizia divina (che lo rende a sua volta giusto), manifestata e attuata pienamente nella sua morte e risurrezione (v. Rm 3, 25-26; 4, 25; 5, 1-2; 6, 10-11): infatti il sacrificio redentivo di Cristo, offerto “una volta per sempre” (Eb 10, 10: “ἐφάπαξ” leggiamo nel testo greco dell'epistola, un avverbio usato con il medesimo significato anche in Rm 6, 10; Eb 7, 27; 9, 12) sulla croce, è unico, perfetto e definitivo (v. Rm 6, 10; Eb 7, 27; 9, 12. 25-28; 10, 10-14; 1 Pt 3, 18) e ha compiuto la riconciliazione tra Dio e l'umanità in modo pieno e irrevocabile (v. Rm 5, 10-11; 2 Cor 5, 18-19; Col 1, 20-22),
rendendo superflua ogni ulteriore forma di sacrificio espiatorio e ogni nuova offerta del sacrificio stesso (cfr. Rm 5, 9-11; 2 Cor 5, 18-21; 1 Ts 1, 10; Eb 7, 27; 10, 8-10). Vi
avverto che il sintagma preposizionale “διὰ πίστεως Ἰησοῦ Χριστοῦ”, che compare, con alcune varianti, in Rm 3, 22.
26; Gal 2, 16; 3, 22; Ef 3, 12 e Fil 3, 9, può essere tradotto con “per mezzo della fedeltà di Gesù Cristo [a Dio Padre]”, anziché con “per mezzo della fede in Gesù Cristo”, se si interpreta “Ἰησοῦ Χριστοῦ” come genitivo soggettivo. Nel capitolo
12 della citata Lettera ai Romani, Paolo esorta i credenti a offrire i
loro corpi “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1a), quale risposta cultuale al dono di Dio ampiamente illustrato nei capitoli precedenti: tale risposta è qualificata, nel testo greco di questa lettera, come “λογικὴ λατρεία” (Rm 12, 1b), sintagma
nominale che significa “culto spirituale” (secondo la
trad. della Bibbia CEI 2008) o “culto ragionevole”
(secondo altre traduzioni), in cui l'esistenza umana, che si è lasciata
trasformare dalla grazia, viene elevata a luogo teologicamente idoneo
a rispondere in modo appropriato al suddetto dono salvifico di Dio (v. Rm 12, 1-2; 1 Pt 2, 5). Nella Lettera ai Galati si afferma con chiarezza: “Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge” (Gal 5, 18; cfr. Rm 5, 5; 6, 14; 8, 14; Gal 2, 20; 5, 5. 24-25; 1 Tm 1, 9-11; 1 Gv 3, 9). Secondo Tommaso d'Aquino,
l'uomo è giustificato per mezzo della fede non come se credendo
meritasse la giustificazione, ma perché, mentre è giustificato, crede (v. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114, a. 5, ad 1): infatti, se riteniamo che “initium fidei sit in nobis a Deo” (S. Th. I-II, q. 114, a. 5, ad 1), cioè che “l'inizio della fede sia in noi da Dio”, dobbiamo ritenere anche che “ipse actus fidei consequitur primam gratiam, et ita non potest esse meritorius primae gratiae” (ibid.), vale a dire che “lo stesso atto di fede segue la prima grazia, pertanto non può meritare la prima grazia”; quindi gli uomini a cui Dio concede la grazia non sono coloro che ne erano già degni prima, ma coloro che Egli stesso rende degni (v. S. Th. I-II, q. 114, a. 5, ad 2), perché “[...] nullus potest sibi mereri primam gratiam”, cioè “[...] nessuno può meritare a se stesso la prima grazia” (S. Th. I-II, q. 114, a. 5, co.). Appare chiaro che, per l'Aquinate, “[...] merito condigni nullus potest mereri alteri primam gratiam nisi solus Christus” (S. Th. I-II, q. 114, a. 6, co.), vale a dire che “per un merito di giustizia nessuno, se non il solo Cristo, può meritare a un altro la prima grazia”; tuttavia “[...] merito congrui potest aliquis alteri mereri primam gratiam” (ibid.), ovverosia “[...] per un merito di convenienza [o congruenza] qualcuno può meritare a un altro la prima grazia”: dunque, secondo s. Tommaso, la fede degli uni può meritare la salvezza degli altri “merito congrui”, cioè per un merito di semplice convenienza (o congruenza), non “merito condigni”, ossia per un merito di rigorosa giustizia (v. S. Th. I-II, q. 114, a. 6, ad 1). Sulla fede nella Rivelazione
pubblica, v. Cost. dogm. Dei Verbum, cit., n. 5 e cfr. DS 3008
e 3010. Il Nuovo Testamento ci attesta altresì che la fede “si rende
operosa mediante la carità” (Gal 5, 6; v. anche Mt 7, 21-27; 25, 34-46; Rm 2, 5-11; 5, 5; 8, 4-5; 13, 8-10; 1 Cor 13, 2. 13; 2 Cor 5,
10; Gal 5, 13-14. 22-23; 6, 2. 9-10; 1 Ts 1, 3; 2 Ts 1, 11; Fm 6; Gc 2,
14-17; 1 Gv 3, 17-18. 23-24; 4, 8. 20-21; S. Th. I-II, q. 114, a. 5, ad 3).
La proposizione (spesso intenzionalmente travisata) “[...] do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24b) non insegna che ciò che manca dei patimenti di Cristo, e che Paolo
soffre nella sua carne, completa l'efficacia redentiva della passione di Cristo stesso,
che si è compiuta “una volta per sempre” (Eb 10, 10; v. anche Rm 6, 10; Eb 7, 27; 9, 12) nella
sua unicità salvifica, quale evento definitivo e irripetibile dell'economia della salvezza, ma riguarda la partecipazione di Paolo e della
Chiesa intera, corpo di Cristo, alle sofferenze apostoliche e missionarie (cfr. Mt 16, 24-25; Mc 10, 39; Gv 21, 19; Rm 5, 3; 8, 35; 2 Cor 1, 8; 2, 4; 6, 4; Ef 3, 13; 1 Pt 2, 21), con
cui si applica nella storia l'opera già perfetta di Cristo (cfr. 1 Cor 3, 9; 2 Cor 6, 1; Gal 2, 20; Ef 2, 20-22; Col 1, 25; 1 Ts 1, 6; 3, 2-3; 1 Pt 2, 5). Il termine greco “θλῖψις”, impiegato, al genitivo plurale, in Col 1, 24b, per designare i “patimenti di Cristo”, non compare mai nelle lettere autenticamente paoline in riferimento
alla sofferenza di Gesù, bensì alle tribolazioni che gravano su coloro che
ne annunciano il vangelo: tale uso è costantemente documentato nei
passi epistolari di Rm 5, 3; 8, 35; 2 Cor 1, 4. 8; 2, 4; 4, 17; 6, 4; 7, 4, dove “θλῖψις” denota le tribolazioni proprie dell'attività apostolica.
Non è
senza rilevanza il fatto che, nei racconti di Fatima, si trovi un'accentuazione
del sacrificio e della penitenza tale da oscurare il primato della grazia e
della libertà interiore (il Nuovo Testamento contrappone spesso la
schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio, ricevuta in Cristo Gesù
per mezzo della grazia: cfr. Gv 8, 31-36; Rm 6, 14-18; 7, 7; 8, 1-2; 2 Cor 3, 17; Gal 3, 13-14; 4, 4-7. 21-31; 5, 1; Eb 3, 5-6). La Bibbia, pur riconoscendo il valore
della penitenza, insiste nel ribadire:“18Tu
non gradisci il sacrificio;
se
offro olocausti, tu non li accetti.
19Uno
spirito contrito è sacrificio a Dio;
un
cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi” (Sal
51, 18-19; v. anche 1 Sam 15, 22; Sal 40, 7-9; Is 1, 16-17; 58, 5-7; Gl 2, 12-13; Mt 6, 1-6. 16-18; Eb 10, 5-10 e Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1430-1433).
Il Dio della Bibbia dimostra il suo amore nei confronti degli uomini non a dispetto del
loro peccato, ma proprio in quanto peccatori, affinché la sua grazia e
la sua misericordia regnino dove è abbondato il peccato (v. Mt 9, 11-13; 18, 12-14; Mc 2, 17; Lc 5, 31-32; 18,
13-14; 19, 10; Gv 3, 17; 12, 47; Rm 3, 21-26; 5, 6-8. 19-21; 7, 18-19; 11, 32; Ef 2, 4-7; Col 2, 13-14; 1 Tm 1, 15-16 e, nell'AT, almeno Is 49, 15; Os 11, 9): “23[...] tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3, 23-24).
La giustificazione in Cristo Gesù operata da
Dio nei confronti dell'uomo peccatore non si esaurisce in una mera imputazione forense ed estrinseca della giustizia – come sostenuto dalla soteriologia del protestantesimo storico –, ma consiste nella reale infusione della grazia santificante, per mezzo della quale l'uomo è reso realmente e intrisecamente giusto, passando dallo stato di peccato a quello di giustizia. Quindi questa giustizia divina, comunicata gratuitamente, per mezzo dell'azione dello
Spirito Santo, a tutti coloro che credono (v. Rm 1, 16-17; 3, 22; 10, 4), non solo dichiara giusto il peccatore, ma lo rende ontologicamente (nella realtà del suo essere) tale, trasformandolo interiormente e conformandolo all'immagine del Figlio (v. Gv 1, 12-13; 3, 3. 7; 14,
23; Rm 3, 26; 5, 5. 19; 6, 1-14. 18-19. 22; 8, 1-2. 4. 9-13. 29; 12, 1-2; 1 Cor 5, 7; 6,
11; 15, 49; 2 Cor 3, 18; 5, 14. 17-18; Gal 2, 20; 5, 25-26; 6, 15; Ef 2, 10; 4, 22-24; Fil 2, 13; Col 3, 9-10; Tt 3, 5-7; Eb 1, 3; 9, 26. 28; 10, 10. 14; 12, 14; 1 Pt 2, 5; 2 Pt 1, 4; 1 Gv 3, 9; S. Th. I-II, q. 113, a. 3, ad 3; v. anche, in questa stessa quaestio, a. 2, ad 2; a. 5, co.; a. 6, co.; a. 7, co.): “14Il peccato infatti non dominerà su di voi, perché non siete sotto la Legge, ma sotto la grazia” (Rm 6, 14; cfr. Gal 5, 18-26).
Il verbo greco “δικαιόω”, attestato in passi paolini quali Rm 2, 13; 3, 20. 24. 26.
28. 30; 4, 2. 5; 5, 1. 9; 6, 7; 8, 30; 1 Cor 6, 11; Gal 2, 16. 17; 3, 8. 11;
5, 4; Tt 3, 7, denota primariamente l'azione del “giustificare”, nel senso di “rendere giusto”: tale valore semantico è ampiamente documentato nei più autorevoli lessici della lingua greca antica, in particolare nel Vocabolario Greco-Italiano di Lorenzo Rocci (trentasettesima edizione, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 1993, p. 484) e in A Greek-English Lexicon di H. G. Liddell & R. Scott (New
(ninth) edition completed, Clarendon Press, Oxford 1940, p. 429), che convergono nell'attribuire al lemma citato il significato fondamentale di “azione con cui un soggetto è costituito giusto”,
benché in altri luoghi, sia del Nuovo che dell'Antico Testamento (nella
versione greca dei Settanta), esprima maggiormente il senso di “dichiarare giusto, o riconoscere come tale, e trattare di conseguenza” (v., ad esempio, il testo greco di Lc 7, 29. 35; 16, 15 e, nella traduzione greca dell'AT nota come Septuaginta, Es 23, 7; Sal 18, 10; Sir 18, 2; 31, 5; Is 42, 21; Ger 3, 11).
Inoltre, il verbo greco “ἐνδύω” (che, all'interno del NT, quando appare nella diatesi media, significa
sempre “mi vesto”; “rivesto”; “indosso”), attestato, con
diverse forme, in alcune epistole attribuite a Paolo di Tarso (v.
soprattutto Rm 13, 14; 1 Cor 15, 53-54; Gal 3, 27; Ef 4, 24; Col 3, 10.
12 e cfr., nell'AT, riguardo a motivi simbolico-concettuali analoghi, Gdc 6, 34; 1 Cr 12, 19; Sap 5, 17-19; Is 59, 17), non sta in tali lettere a indicare un rivestimento superficiale ed esteriore, quasi a suggerire un atteggiamento di
simulazione o ipocrisia, ma rimanda piuttosto a un atto di partecipazione e di assimilazione, ovvero ad assumere una nuova identità, accogliendo la realtà di Cristo e lasciandosi avvolgere da essa.
Indubbiamente la Sacra Scrittura e l'esperienza comune ci attestano che, nel credente peregrinante su questa terra, anche se reso giusto dalla grazia divina, permane l'inclinazione al peccato, derivante ― sempre secondo la Scrittura ― sia dalla fragilità intrinseca alla natura umana (stando al Libro della
Genesi, Adamo ed Eva peccarono già nel giardino dell'Eden) sia dalla
ferita inferta a quest'ultima dal c.d. peccato originale, che però
non ha provocato la sua corruzione totale (cfr. nuovamente il Libro della Genesi e Dt 30, 11-14. 19; Sap 2, 23-24; Sir 15, 14-17; At 17, 27-28; Rm 2, 14-15; 1 Tm 4, 4), come invece sostenevano, radicalizzando l'interpretazione agostiniana, Lutero e Calvino; tuttavia, possono dimostrarsi eccessivamente polarizzanti e teologicamente fuorvianti, se consideriamo che sono riferiti a un singolo individuo, i seguenti aggettivi ossimorici attribuiti da Martin Luther all'uomo cristiano: “Sic homo Christianus simul iustus et peccator, Sanctus, prophanus, inimicus et filius Dei est” (Martin Luther, Werke, WA 40.I, Hermann Böhlaus Nachfolger, Weimar 1911, p. 368), ossia: “Così l'uomo Cristiano è, allo stesso tempo, giusto e peccatore, Santo, profano, nemico e figlio di Dio”,
quantunque riescano a evocare l'incessante tensione dialettica tra peccato e grazia (cfr. Rm 3, 23-24; 7, 14-25; Gal 2, 20), in cui la fragilità e la
peccaminosità degli uomini vengono continuamente visitate e risanate
dall'iniziativa salvifica di Dio.
La fede cristiana e cattolica non può essere vissuta come un'adesione emotiva o infantile a immagini
fortemente suggestive, ma richiede un discernimento
maturo, illuminato dalla
Parola di Dio (ricordo
che anticamente, prima che venisse introdotto l'uso del c.d. breviario,
la Scrittura veniva letta quasi per intero, passo dopo passo,
nell'Ufficio Divino) e dal magistero. Il continuo appello a “diventare come bambini” ― se interpretato come regressione intellettiva ed emotiva piuttosto che come
fiducia filiale in Dio ― può indurre, nelle persone più fragili e vulnerabili,
forme di alienazione spirituale e psicologica, perché ne mina profondamente la
capacità di resistenza (cfr. Rm 16, 18; 1 Cor 14, 20; Ef 4, 14). Il vangelo stesso, come il resto della Sacra Scrittura,
pur esortando alla semplicità del cuore (cfr. Mt 10, 16; 11, 25; 18, 3; 19, 14; Mc 10, 15; Lc 10, 21; 17, 1-2),
non disdegna l'uso della ragione, che è parte integrante dell'actus fidei (cfr. Sap
13, 1-9; Is 1, 18; Mt 16, 1-3; 22, 37; Mc 12, 30. 33; Lc 10, 27-28;
Gv 10, 37-38; 20, 27; Rm 1, 19-20; 1 Pt 3, 15; S. Th. II-II, q. 2, a. 9, co.).
 |
| Jacinta de Jesus Marto. |
A coloro che sollevano simili obiezioni, viene spesso risposto che solo chi “si fa
piccolo” può accedere al senso profondo del messaggio di Fatima: ma è la stessa
Scrittura a precisare che “6[...] il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono
scienza e prudenza” (Pr 2, 6), e che la fede non annulla la ragione,
ma la
perfeziona (oltre ai luoghi citati al termine del capoverso
precedente, cfr. anche Rm 1, 20 e 2 Cor 10, 5); nel pensiero cattolico, la ragione non può essere concepita nei termini dispregiativi con cui Martin Luther la rappresentò in una predica del 27 gennaio 1521, ovvero come “die doll, blindt huer, di vornufft, welche mit dem Teuffel buletth [sic]”, volendo citare alla lettera il suo desueto tedesco (Martin Luther, Werke, WA 9, Hermann Böhlau, Weimar 1893, p. 559), cioè “la grande prostituta cieca, la ragione, che fornica con il diavolo”. Papa Giovanni Paolo
II ha ribadito che “la fede e la ragione sono come le due ali
con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità” (Giovanni
Paolo II, Lett. Enc. Fides et ratio, Proemio).
In definitiva, ciò che
emerge in taluni sviluppi della devozione a Fatima è una teologia dell'Inferno
e della riparazione che, se non rettamente interpretata, rischia di perpetuare
un'immagine di Dio che contraddice il cuore stesso del vangelo. L'Inferno,
sebbene affermato come possibilità reale dalla dottrina cattolica (v. Catechismo
della Chiesa Cattolica, n. 1035), non può essere al centro
dell'annuncio cristiano, che è fondamentalmente “lieto annuncio” (“εὐαγγέλιον”) della misericordia di
Dio e della redenzione offerta in Cristo (cfr. Rm 3, 21-24; 5, 1-2. 8-11; 8, 29-34; 2 Cor 5, 17-21; Gal 3, 13-14; 4, 4-7; Col 2, 13-14). La teologia, e in particolare la pastorale, sono oggi chiamate a custodire questa verità, per
evitare che il mistero della fede sia ridotto a una pedagogia del terrore,
anziché alla rivelazione dell'amore salvifico del Padre.
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