L'autore
del vangelo secondo Marco scrive alla luce della fede nella risurrezione
di
Gesù (la fede pasquale, che si riflette
retrospettivamente sui contenuti narrativi di tutti i vangeli),
professata dalla sua comunità cristiana, che già non considerava
più Gesù solo un maestro e un profeta, ma anche il Messia (“Χριστός”, Cristo, in greco) e il Figlio di Dio
(in senso particolarmente forte e speciale: cfr. Mc 3, 11; 9, 7; Mt 11,
27; Gv 1, 18; 3, 18; nel NT questo titolo è sempre attribuito al
Messia, tranne che in Lc 3, 38): è la creduta risurrezione che fa dell'uomo Gesù il “Κύριος”, cioè il “Signore” (cfr. At 2, 36; Rm 1, 4; 10, 9; 14, 9; 1 Cor 12, 3; Fil 2, 11), come egli è chiamato frequentemente nei vangeli di Matteo, Luca e Giovanni. L'intento teologico di Marco è presentare Gesù come Messia, Figlio di Dio e Figlio
dell'uomo e suscitare nei lettori la fede in questo Gesù (nei
vangeli troviamo molti testi in cui la fede appare intenzionalmente
come il requisito indispensabile per ottenere i miracoli da parte di
Gesù e altri in cui la fede costituisce una conseguenza dei miracoli
descritti).
Se Gesù avesse compiuto realmente i miracoli strepitosi (alcuni dei quali alludono a profezie contenute nel Libro di Isaia: cfr. Is 26, 19; 29, 17-19; 35, 5-10; 42, 7; 61, 1-2, profezie rievocate parzialmente in Mt 11, 4-6) che gli attribuiscono i vangeli (si pensi, ad esempio, al sensazionale miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci ― reminiscenza di episodi analoghi dell'AT e prefigurazione dell'Ultima Cena e del banchetto messianico ―, grazie al quale sarebbero stati sfamati circa 5.000 uomini, senza contare le donne e i bambini, e ne sarebbero avanzate ancora dodici ceste piene: v. Mc 6, 42-44; Mt 14, 20-21; Lc 9, 14-17; Gv 6, 10-13), avrebbe goduto di un consenso e un favore popolari di gran lunga maggiori di quelli che ottenne effettivamente e molte più persone avrebbero creduto in lui: ciò significa che i primi cristiani e gli evangelisti accrebbero il numero e l'importanza dei miracoli attribuiti a Gesù (cfr. Mc 8, 11-13; Mt 12, 39; 16, 4; Lc 11, 29; Gv 6, 30), allo scopo di esaltarne la figura e presentarlo come il Messia e il Figlio di Dio (nel senso speciale accennato sopra), titoli che il Gesù storico non si è mai attribuito (Mc 14, 61-62 costituisce un'evidente aggiunta redazionale, tesa a prefigurare l'imminente compimento, mai avvenuto, dell'escatologia sia vetero ― Mc 14, 62 è una citazione di Dn 7, 13 e Sal 110, 1 ― che neotestamentaria: v. ancora il mio Post “L’imminente ritorno del Signore Gesù”), ma che le primitive comunità cristiane gli tributarono, proiettando su di lui, anche se non gli si attagliava perfettamente, la figura del “Mashìach” (l'“Unto” del Signore, il Messia) ebraico, di cui avevano sentito parlare diffusamente sulla base delle profezie messianiche dell'AT (l'attesa messianica rappresenta una costante della tradizione ebraica: cfr. Talmud Bavli, Sanhedrin 99a) e in cui riponevano le loro speranze di liberazione, gioia e pace, in un tempo di oppressione e sofferenza per Israele (cfr. Gen 49, 10; Dn 9, 24; Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, 6, 312; Publius Cornelius Tacitus, Historiae, V, 13; cfr. anche, nel mondo romano precristiano, Publius Vergilius Maro, Bucolica, IV, 4-17). Per descrivere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (secondo i vangeli di Marco e di Matteo, Gesù avrebbe compiuto questo miracolo addirittura due volte), il redattore del vangelo secondo Marco (da cui gli altri vangeli canonici traggono quest'episodio) prese a modello il miracolo narrato in 2 Re 4, 42-44, che vede come protagonista il profeta Eliseo.
Al fine di giustificare la reazione invero non proporzionata dei contemporanei di Gesù ai clamorosi miracoli descritti nel vangelo (come la risurrezione della figlia di Giairo, le guarigioni portentose, i numerosi esorcismi e i miracoli sulla natura, di cui fa parte la suddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci) e il fatto che Gesù non fosse stato considerato come Messia d'Israele e Figlio di Dio durante la sua vita, ma, anzi, in realtà, fosse morto ignominiosamente senza essere riconosciuto come tale dal suo popolo, Marco decise di scrivere (forse sulla scorta di qualche sua fonte) che Gesù fece di tutto affinché non si diffondesse la notizia dei suoi miracoli (presentati dai vangeli come segni dell'avvento del regno di Dio), imponendo il silenzio a coloro che ne erano a conoscenza.
Il vangelo secondo Matteo, che, come quello di Luca, mutua dal vangelo di Marco il tema del segreto messianico, indica infondatamente in Is 42, 1-4 la
giustificazione del silenzio sulle guarigioni che
sarebbe stato imposto da Gesù (v. Mt 12, 15-21), quantunque questi
versetti del Deutero-Isaia non si riferiscano assolutamente al segreto
messianico, ma alla mitezza e alla nonviolenza, generate da un sensibile rispetto per gli altri, del servo di Yahweh, che, nell'apparente
debolezza, rivela una grande forza. Fra l'altro, Gesù, stando al citato
vangelo di Matteo e a quello di Luca, in alcuni episodi si contraddice,
violando il segreto messianico: lo fa palesemente in Mt 11, 2-6 e Lc 4,
16-21.
Se Gesù fosse davvero entrato trionfalmente a Gerusalemme, acclamato come re d'Israele (v. Lc 19, 37-38; Gv 12, 12-13 e cfr. Mt 21, 9-11; Mc 11, 9-10), sarebbe stato immediatamente arrestato (v. il Post “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”).
La dottrina della transustanziazione (la più antica testimonianza certa dell'uso del lessema “transubstantiatio”, “transustanziazione”, risale a uno scritto della metà del XII secolo attribuito a Rolando Bandinelli, futuro papa Alessandro III) venne descritta, senza impiegare questo termine tecnico, per la prima volta in maniera chiara, solamente in un trattato del IX secolo d.C., intitolato De corpore et sanguine Domini, scritto da un monaco benedettino, Pascasio Radberto (circa 790-865), che si contrapponeva alla concezione prevalente nei teologi suoi contemporanei, i quali reputavano simbolica (seppur reale: per la maggioranza dei Padri della Chiesa, il simbolo sacramentale è un segno che rende reale ciò che significa, in modo efficace, anche se non fisico) la presenza di Gesù Cristo nell'Eucaristia; nei secoli precedenti, persino sant'Agostino d'Ippona, padre e dottore della Chiesa, non accettava la concezione di un mutamento sostanziale del pane e del vino, intesa secondo la formulazione teologica della transustanziazione quale sarà elaborata nel Medioevo (v. soprattutto Aurelius Augustinus, De doctrina christiana libri IV, Liber III, 16, 24: PL 34, 74-75; In Evangelium Ioannis, Tractatus XXVII, 1-3: PL 35, 1615-1616; Sermones, 272: PL 38, 1246-1248). Anche se la dottrina cattolica della transustanziazione (così come quella della “μεταβολή”, cioè del “cambiamento”, che troviamo nella Chiesa Apostolica Ortodossa) appare più aderente alla lettera del testo biblico di quella luterana della “sakramentale Einung”, ossia dell'“unione sacramentale”, o, per citare alla lettera le storiche parole di Martin Luther, della “Sacramentliche Einickeit [sic]” (Martin Luther, Werke, WA 26, Hermann Böhlaus Nachfolger, Weimar 1909, p. 442), dobbiamo tenere presente che, come vi ho già comunicato, i racconti neotestamentari dell'Ultima Cena (comprese le parole dell'istituzione dell'Eucaristia) sono stati fortemente influenzati dalla forma della celebrazione eucaristica praticata nella Chiesa primitiva: questo e altri motivi di carattere testuale (il lettore attento è in grado di cogliere discrepanze non trascurabili tra il resoconto paolino e le narrazioni sinottiche: cfr. Heinz Schürmann, Der Einsetzungsbericht: Lk 22, 19-20, II. Teil einer quellenkritischen Untersuchung des lukanischen Abendmahlsberichtes Lk 22, 7-38, Aschendorffsche Verlagsbuchhandlung, Münster 1955) rendono impossibile una ricostruzione certa e definitiva delle parole e dei gesti di Gesù durante l'Ultima Cena. Inoltre, sulla base delle fonti di cui disponiamo, non è possibile ricostruire con certezza neppure il lessico impiegato dagli apostoli nelle prime celebrazioni eucaristiche, dato che, in età apostolica, non esistevano ancora formule rituali codificate e una teologia sacramentaria pienamente sviluppata. La spiegazione tomistisca della transustanziazione (v. soprattutto Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, III, q. 75, a. 4, co.), approvata e definita dogmaticamente dalla XIII sessione del Concilio di Trento l'11 ottobre 1551, poiché si fonda sull'obsoleta concezione ilemorfica ― formulata nel IV secolo a.C. dal filosofo greco pagano Aristotele ― dei corpi naturali (secondo la quale essi sarebbero sinoli di materia e forma, ovvero sostanze prime, che fungono da sostrato ai c.d. accidenti), è incompatibile non solo con la cultura ebraica di Gesù e degli apostoli (che, in quanto ebrei osservanti, erano vincolati al divieto di assumere sangue: v. Gen 9, 4; Lv 17, 10-14; Dt 12, 16. 23), ma anche con le più solide acquisizioni della filosofia e della scienza moderne e contemporanee.
Contraddizioni marciane
Ricordo che diversi episodi narrati dai vangeli sono stati inventati per dimostrare che Gesù, in quanto Messia e Figlio di Dio, era dotato di poteri soprannaturali e che in lui si erano avverate alcune antiche profezie ebraiche: non sono, quindi, fatti storici, ma espressioni di dottrine teologiche.
Ad ogni modo è verosimile che Gesù non si sia limitato alla sola predicazione, ma abbia anche goduto di doti carismatiche che gli consentivano di compiere azioni fuori dell'ordinario, alcune delle quali potevano essere interpretate dai suoi contemporanei come guarigioni, esorcismi o miracoli di altro genere.
Poiché il vangelo di Marco rivela subito l'identità messianica di Gesù, presentandolo come “Cristo, Figlio di Dio” sin dal primo versetto (Mc 1, 1; cfr. Mc 1, 3. 11; il titolo “Figlio di Dio” ― nel testo greco “υἱοῦ θεοῦ” ―, che leggiamo nella trad. CEI 2008 di Mc 1, 1, manca completamente nel Codice Sinaitico di prima mano e nel Codex Koridethi, ma si legge nel Sinaitico corretto א1, nel Codice Vaticano, nel Codex Bezae Cantabrigiensis, nel Codex Washingtonianus e in altri manoscritti meno autorevoli; con l'aggiunta dell'art. det. “τοῦ” tra i 2 lessemi greci citati, si trova anche nel Codice Alessandrino), qualche studioso ha sostenuto che l'ipotesi del “segreto messianico” debba essere rifiutata, senza tenere in debita considerazione il fatto, ormai incontrovertibile, che il vangelo di Marco, così come gli altri vangeli, non è una biografia di Gesù in senso storiografico (Marco non racconta nulla sulla nascita e sui primi trent'anni di vita di Gesù; non menziona nemmeno il nome del padre e cita il nome della madre solo una volta, in Mc 6, 3), ma un testo di predicazione e di propaganda, che riflette la fede della comunità cristiana in cui visse l'autore, il quale espone in forma narrativa la sua concezione cristologica: i vangeli sono opere di teologia, non di storia.
Drasticamente Albert Schweitzer scrive: “Il Gesù di Nazareth che comparve come Messia, annunciò l’etica del regno di Dio, fondò sulla terra il regno dei cieli e morì per consacrare la sua opera, non è mai esistito” (Albert Schweitzer, Storia della ricerca sulla vita di Gesù, a cura di F. Coppellotti, Paideia, Brescia 1986, p. 744): queste parole non significano che lo Schweitzer non credesse all'esistenza storica di Gesù, ma evidenziano il suo rifiuto delle rappresentazioni di Gesù in auge ai suoi tempi, che, seppur fondate sul NT, non rispecchiavano la verità storica.

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