Al centro del pensiero rahneriano vi è un'intuizione semplice e vertiginosa: l'essere umano è costitutivamente aperto alla trascendenza, al Mistero assoluto, all'Infinito che fonda e precede ogni esperienza e rappresenta l'orizzonte ultimo di senso. Tale apertura non è un'aggiunta né un orientamento volontario, ma coincide con la struttura originaria della coscienza e della libertà. Non solo l'atto di conoscenza del finito è originariamente fondato su un orizzonte trascendentale illimitato (che di solito non viene tematizzato, pur se implicitamente presupposto), ma anche l'atto libero implica un riferimento tacito all'Assoluto come fondamento ultimo. Ogni atto di conoscenza, ogni gesto di libertà, ogni esperienza autentica porta con sé un'eccedenza, un “di più”, che non può essere ridotto né spiegato interamente. L'uomo, proprio nel suo conoscere il finito, si scopre orientato verso l'illimitato. L'uomo non ha una relazione con il Mistero: egli è questa relazione, in quanto autotrascendenza costitutiva, domanda sempre aperta e attesa che precede ogni risposta.
Rahner chiama Dio “Mistero assoluto” non per velarlo, ma per custodirne la profondità. Il Mistero non è ciò che ancora non comprendiamo, ma ciò che, anche quando è compreso, rimane inesauribile.
In questa prospettiva, la fede non è un sapere superiore che si aggiunge alla ragione, ma il coraggio di abitare consapevolmente quest'apertura trascendentale, e credere significa accettare che il fondamento ultimo della realtà non sia possedibile, ma solo accoglibile.
Quando Rahner afferma che “Der Fromme von morgen wird ein „Mystiker“ sein, einer, der etwas „erfahren“ hat, oder er wird nicht mehr sein” (Karl Rahner, Frömmigkeit früher und heute, in Id., Schriften zur Theologie, Band VII, Benziger Verlag, Einsiedeln-Zürich-Köln 1966, p. 22), cioè che “la persona religiosa [“Der Fromme” nel testo originale tedesco] di domani sarà un “mistico”, qualcuno che ha “sperimentato” qualcosa, o non sarà più tale” (trad. mia), non invita alla fuga dal mondo, ma a un'immersione più profonda e consapevole in esso. La mistica di Rahner non è evasione estatica, ma esperienza quotidiana dell'Assoluto, che si lascia incontrare nella fedeltà alla coscienza, nella scelta responsabile, nell'amore che non cerca ricompensa: la sua mistica è feriale, silenziosa, spesso anonima. Così nasce la figura del “cristiano anonimo”, colui che, anche senza parole religiose, pronuncia con la propria vita un sì radicale al Mistero ultimo dell'essere. Il sacro non è “altrove”; vibra nel profano come una presenza discreta. Rahner dissolve i confini rigidi tra sacro e profano: il mondo non è l'antitesi di Dio, ma il luogo della sua autocomunicazione.
Errano gravemente coloro che considerano Karl Rahner uno gnostico tout court. Nella fase iniziale, il male, per lo gnostico autentico, non costituisce un concetto teorico e astratto, ma una realtà concreta immediatamente esperibile: l'interpretazione dello gnostico è primariamente di natura esperienziale e affettiva, radicata nella percezione diretta. In seguito, procedendo da impressioni immediate a riflessioni più approfondite, lo gnostico sviluppa gradualmente la consapevolezza che l'esistenza umana sia pervasa dalla pena e dall'oppressione, prigioniera del corpo, del tempo e del mondo, che egli avverte come realtà negative all'origine della propria sofferenza, giungendo in diversi casi a concettualizzare una visione ontologicamente dualista, in cui un principio divino trascendente risulta separato dal mondo (anche quando vi è, in qualche forma, presente) e contrapposto ad esso (o, addirittura, a un altro principio divino, concepito come “malvagio”), un mondo ormai interpretato quale dominio, se non fonte o prodotto, del Male.
Filosoficamente, Rahner assume e trasforma l'eredità di Immanuel Kant e Martin Heidegger. Dalla filosofia trascendentale trae la domanda sulle condizioni di possibilità dell'esperienza e dall'analitica dell'esistenza ricava la visione dell'uomo come apertura al futuro e alla morte. Ma laddove Heidegger si arresta sull'abisso dell'essere, Rahner osa nominare questo abisso come Amore che si dona. L'abisso non è vuoto: è autocomunicazione. La morte stessa, in questa luce, non è pura negazione, ma l'atto estremo in cui la libertà umana si consegna al Mistero che l'ha sempre preceduta e sostenuta.
Il pensiero di Rahner inquieta perché non consola facilmente, non offre certezze rassicuranti; esso propone piuttosto una fiducia esigente e compromettente: quella che la fragilità umana sia il luogo stesso dell'incontro con Dio. In un'epoca che teme il silenzio e rifugge la profondità, Rahner ci invita a un ascolto più radicale, ad ascoltare ciò che, in noi, precede ogni parola.
Karl Rahner, in fondo, non ci offre un sistema, ma un atteggiamento dello spirito. Ci insegna che pensare e credere sono gesti che nascono dallo stupore e dalla responsabilità. L'uomo non è un frammento di materia perduto nel cosmo, ma una domanda vivente rivolta all'Infinito. E Dio, forse, non è altro che la risposta silenziosa ad essa, il Silenzio amante che accompagna questa domanda, senza mai spegnerla.
Post scriptum
La “relazione” tra Rahner e Luise Rinser (cfr. Luise Rinser, Gratwanderung: Briefe der Freundschaft an Karl Rahner, Kösel-Verlag, München 1994) desta certamente perplessità sul piano umano ed ecclesiale (considerato che Rahner era un presbitero della Compagnia di Gesù), ma non sorpresa: prescindendo da Rahner, la storia della teologia conosce diversi pensatori che sono arrivati addirittura a rielaborare in modo sostanziale il proprio impianto teologico sotto l'influsso di relazioni con donne che li condizionavano e, a volte, li portavano alla rovina.
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