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| Julius Sergius von Klever, Cristo che cammina sulle acque. |
I racconti evangelici che narrano il prodigioso cammino di Gesù sulle acque (Mt 14, 22-33; Mc 6, 45-52; Gv 6, 16-21) occupano una posizione del tutto peculiare all'interno della tradizione neotestamentaria dei miracoli. La loro singolarità non risiede esclusivamente nel carattere sensazionale dell'azione narrata, bensì, in misura ancor maggiore, nell'elevata densità simbolica e cristologica che li contraddistingue e li rende particolarmente interessanti per l'esegesi storico-critica.
Sotto il profilo storico, l'episodio presenta una difficoltà di ordine preliminare: la totale assenza di qualsivoglia mediazione naturale o processuale. Il miracolo si realizza infatti per immediata volontà di Gesù, senza l'impiego di strumenti, formule o gesti che possano essere ricondotti a pratiche taumaturgiche note. A differenza dei racconti di guarigione o di esorcismo ― per i quali è possibile individuare paralleli significativi nel giudaismo del I secolo d.C. e che risultano quindi più contestualizzabili nel quadro culturale dell'epoca ―, il camminare sulle acque si configura come una sospensione radicale delle leggi fisiche fondamentali, priva di qualsiasi tentativo narrativo di spiegazione o razionalizzazione. Tale carattere colloca il miracolo nell'ambito dei prodigi assoluti, una categoria nei confronti della quale l'indagine storica moderna e contemporanea adotta, comprensibilmente, un atteggiamento di particolare cautela metodologica.
Un ulteriore elemento degno di nota è rappresentato dal linguaggio fortemente allusivo alla tradizione veterotestamentaria. Nelle Scritture ebraiche, il dominio sulle acque caotiche è prerogativa esclusiva di Yahweh: “8Lui solo […] cammina sulle onde del mare” (Gb 9, 8. Bibbia CEI 2008); “20Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque” (Sal 77, 20. Bibbia CEI 2008; cfr. anche Ne 9, 11; Sap 14, 3; Is 43, 16; 51, 10). L'eco di tali testi suggerisce che l'intenzione primaria dei suddetti racconti evangelici non sia la mera trasmissione di un dato fattuale, ma l'affermazione dell'identità di Gesù mediante categorie proprie della teofania biblica. In questa direzione si colloca l'autopresentazione di Gesù in Mc 6, 50: “50Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!»” (Mc 6, 50. Bibbia CEI 2008; cfr. Mt 14, 27 e Gv 6, 20), dove l'espressione greca “ἐγώ εἰμι” (“sono io”) richiama il Nome divino rivelato in Es 3, 14 (cfr. Is 42, 8), rafforzando la funzione rivelativa, in senso cristologico, di tali narrazioni, resa palese da Matteo nell'ultimo versetto (chiaramente redazionale) della pericope dedicata a questo miracolo: “33Quelli che erano sulla barca si prostarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei il Figlio di Dio»” (Mt 14, 33. Bibbia CEI 2008). All'interno di questa cornice rivelativa, l'esortazione “Non abbiate paura!” (Mt 14, 27; Mc 6, 50; Gv 6, 20), posta sulle labbra di Gesù, assume un evidente valore cristologico, perché lo inserisce consapevolmente in un orizzonte tipologico che richiama le teofanie veterotestamentarie. Nell'Antico Testamento, infatti, tale imperativo è pronunciato frequentemente da Yahweh e dai suoi messaggeri come parola di rassicurazione rivolta al suo popolo (v., tra i numerosi esempi possibili, Is 41, 10) o a singole figure chiamate a svolgere una missione decisiva nella storia della salvezza (v., ad esempio, Gdc 6, 23): il suo ricorrere in situazioni caratterizzate dalla paura e dalla crisi, o all'inizio di incarichi particolarmente impegnativi, fonda la fiducia del destinatario sulla presenza efficace di Dio e, nei racconti evangelici, contribuisce a identificare Gesù come soggetto agente e mediatore personale di tale presenza.
Sul piano narrativo, il racconto manifesta inoltre una struttura marcatamente didattico-catechetica, difficilmente conciliabile con una cronaca spontanea di eventi realmente accaduti. In particolare, la tradizione matteana introduce l'episodio di Pietro, che si mette a camminare sulle acque e poi comincia ad affondare, allorquando la sua fede è indebolita dal dubbio (Mt 14, 28-31), chiaramente funzionale a una catechesi, in forma narrativa, sulla fede e sul dubbio. La sequenza ordinata degli elementi narrativi ― paura dei discepoli, rivelazione di Gesù, risposta di fede (in Matteo prima implicita e poi esplicita) e ristabilimento della quiete ― non si delinea come resoconto storico, ma come espressione di verità teologiche e di insegnamenti parenetici, intesi a promuovere una fede in Gesù solida e stabile, che perseveri di fronte al mistero e all'incertezza, pur nella sua vulnerabilità (cfr. Mt 8, 23-27; Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25, in cui si racconta della tempesta incertezza, pur nella sua vulnerabilità (cfr. Mt 8, 23-27; Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25, ove si racconta della tempesta sedata), sostenuta e soccorsa dal gesto salvifico di Gesù (v. Mt 14, 30-31), di cui persino la natura sembra riconoscere la signoria (v. Mt 14, 32; Mc 6, 51; Gv 6, 21).
Dal punto di vista della trasmissione, va infine rilevato che l'evento coinvolge un numero ristretto di testimoni diretti, tutti interni al gruppo dei discepoli, e si colloca in un contesto notturno e isolato. L'assenza di attestazioni esterne, nonché di reazioni polemiche da parte degli avversari di Gesù, contribuisce ad accrescere le riserve circa la sua storicità.
In conclusione, ciò che rende inverosimili i racconti di Gesù che cammina sulle acque non è semplicemente l'eccezionalità del prodigio, ma la convergenza di molteplici fattori: soprattutto l'uso di un linguaggio mitico-simbolico, il profondo radicamento nella tradizione scritturistica d'Israele, la chiara funzione cristologica del racconto e la sua evidente finalità catechetica. Dunque questi testi risultano pienamente intelligibili come espressione della fede della comunità cristiana primitiva, più che come resoconti storici di un evento realmente accaduto.
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