Premessa
Nelle silenziose profondità dell'essere umano, là dove le parole cessano e le maschere cadono, la tradizione biblica colloca il luogo privilegiato dell'incontro con Dio. Non si tratta primariamente di un fenomeno esteriore, né di un'esperienza riservata a pochi eletti, ma di una realtà inscritta nella struttura stessa dell'umano: una chiamata, una voce, una luce, che abitano già, silenziosamente, il nostro cuore.
Nella Scrittura il termine “cuore” (“לֵב” o “לֵבָב” in ebraico, “καρδία” in greco) non indica soltanto la sfera affettiva, ma il centro integrale della persona, il luogo delle decisioni, dell'intelligenza e della volontà, dove Dio ci parla.
Il profeta Geremia annuncia una nuova alleanza: “33Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31, 33. Bibbia CEI 2008, di cui mi avvarrò anche per le successive citazioni bibliche).
L'interiorizzazione della Torah non è mera metafora, ma realtà ontologica: la rivelazione si radica nella coscienza. Analogamente, in 1 Re 19, 12, Elia non incontra Dio nel vento impetuoso, nel terremoto o nel fuoco, ma in una “ק֖וֹל דְּמָמָ֥ה דַקָּֽה”, espressione ebraica che la Bibbia CEI 2008 traduce con “sussurro di una brezza leggera”, ma che letteralmente significa “voce di un silenzio sottile”: la presenza divina si manifesta come interiorità silenziosa.
Il Nuovo Testamento radicalizza questa prospettiva. In Lc 17, 21 Gesù afferma: “21[...] il regno di Dio è in mezzo a voi [corsivo mio]”, “ἐντὸς ὑμῶν”, espressione greca che molti esegeti comprendono come “dentro di voi”. La signoria di Dio germoglia interiormente, non si impone solo dall'esterno (cfr. Vangelo copto di Tommaso 3).
La luce che illumina ogni uomo
Il Prologo del vangelo secondo Giovanni offre una chiave di lettura davvero illuminante: “9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9).
L'universalità dell'illuminazione è affermazione teologica di grande portata. Non vi è essere umano privo di una qualche partecipazione alla luce del Logos. Tale luce non elimina la libertà né annulla la possibilità del rifiuto, ma fonda la dignità e la responsabilità di ogni coscienza.
Paolo di Tarso, in Rm 2, 15, parla di una legge scritta nei cuori, testimoniata dalla coscienza (“συνείδησις” in greco), coscienza che non è mera costruzione culturale, ma spazio teofanico, in cui l'uomo si scopre chiamato al bene: v. il Post La legge naturale.
L'ascolto della voce di Dio richiede una disciplina del silenzio. Il Salmo 46, al v. 11 (nella Bibbia CEI 2008), invita a fermarsi, a far tacere il rumore delle armi e l'agitazione dei cuori (il salmista usa la forma verbale “הַרְפּ֣וּ”): “11Fermatevi e sappiate che io sono Dio”.
Il silenzio non è vuoto psicologico, ma atto teologale, sospensione dell'ego, che permettere alla Parola vivente di emergere. In 1 Sam 3, 9 il giovane Samuele apprende l'atteggiamento fondamentale dell'ascolto: “9Parla, Signore, perché il tuo servo ascolta”.
Questa disponibilità non è passività, ma apertura vigilante. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che l'interiorità necessita di discernimento. La voce divina si distingue dalle proiezioni soggettive attraverso criteri evangelici: soprattutto coerenza con l'amore, con la giustizia, con la pace (cfr. Gal 5, 22).
L'ascolto autentico non conduce all'individualismo spirituale. In Mt 18, 20 Gesù promette la sua presenza “dove sono due o tre riuniti nel mio nome”. L'interiorità si apre alla dimensione comunitaria: la luce ricevuta nel cuore è confermata e purificata nella comunione.
Ogni teologia dell'ascolto trova il suo centro in Cristo. In Eb 3, 15 risuona l'esortazione: “15Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”.
Secondo il Nuovo Testamento, la voce di Dio, ultimamente, ha parlato in modo definitivo nella persona del Figlio (cfr. Eb 1, 1-2); tuttavia, lo Spirito continua a rendere presente questa Parola nell'intimo del credente (cfr. 1 Gv 2, 27). In Gal 4, 6 si legge: “6Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!»”.
Il grido dello Spirito nel cuore umano fonda l'esperienza imprescindibile dell'ascolto, che non deve essere vissuta come semplice percezione cognitiva, ma come partecipazione filiale alla vita divina.
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| Jean-François Millet, L'Angelus. |
Implicazioni antropologiche ed etiche
Se la voce di Dio è presente nel cuore di ogni uomo, allora ogni persona è portatrice di una dignità inviolabile. L'interiorità diventa fondamento di una teologia della pace e della responsabilità sociale. L'ascolto autentico conduce necessariamente alla giustizia, perché la voce divina non può contraddire il comandamento dell'amore (cfr. Mt 22, 37-40).
L'esperienza interiore non si oppone alla Scrittura né alla ragione; piuttosto, le assume e le illumina. La Parola esterna e la luce interna non sono realtà concorrenti, ma convergenti: la Scrittura educa l'orecchio del cuore, mentre la voce interiore rende viva la lettera.
Ascoltare la voce di Dio significa entrare in una dinamica di silenzio, luce e obbedienza amorosa; significa riconoscere che l'iniziativa appartiene sempre a Dio, il quale precede ogni ricerca umana con la sua intima presenza.
Nel cuore dell'uomo ― anche quando distratto, ferito o incredulo ― permane una scintilla di luce: accoglierla significa lasciarsi trasformare. Come recitano Pr 20, 27: “27Lampada del Signore è lo spirito dell’uomo: essa scruta dentro, fin nell’intimo” (cfr. Sal 119, 105); Lc 11, 35: “35Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra” e ancora 2 Cor 4, 6: “6E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo”.
“Noli foras ire, in teipsum redi; in interiore homine habitat veritas” (Aurelius Augustinus, De vera religione, 39, 72: PL 34, 154), che significa: “Non uscire fuori [da te], rientra in te stesso; la verità abita nell'uomo interiore”.
Là dove l'uomo si raccoglie, ascolta e risponde, la storia personale diventa luogo di rivelazione. Nel silenzio abitato dalla Presenza divina, la voce eterna continua a parlare.
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